Mercoledì, 21 febbraio 2018

16/10 Mantova: il racconto di Sara, Silva e Cristina

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Ore 18:05. squilla il telefono. Il Liga è in Piazza Sordello. Il tempo di prendere il biglietto e stiamo già correndo all'impazzata verso il centro, sperando di riuscire anche solo ad intravederlo. Niente da fare. Il Liga è già in teatro.

In città sembra tutto... strano o perlomeno diverso. O più probabilmente siamo noi che la vediamo così, agitate ed emozionate dal conto alla rovescia dei giorni (o meglio settimane) prima, che si sta per esaurire.

D'altro canto per un "gran paesotto" come Mantova, in cui tutti si conoscono e non succede mai niente di particolare, il Liga è davvero troppo.

Stentavamo a crederci noi tre, quando un mese fa abbiamo visto la notizia sul giornale, noi che ci stavamo già organizzando per un'altra data, convinte che il Liga a Mantova non ci avrebbe messo piede.

Stentavamo a crederci anche quando alle 4:30 eravamo prime al box office, riuscendo ad accaparrarci i primi biglietti.

E a dir la verità stentiamo a crederci anche adesso che il concerto è finito.

Qualche ora più tardi...

In teatro. In mano gli autografi di Mauro, Robby e Mario. Il teatro si inizia a riempire.

Noi nel nostro angolino di prima fila di platea attendiamo frementi l'inizio. E alle nove in punto si abbassano le luci. Il cuore ha un sobbalzo. Si apre il sipario e lì Luciano aspetta i nostri sguardi da solo, chitarra in mano, a intonare "Sono qui per l'amore".

Da quel momento è un susseguirsi, se devo essere sincera ancora poco chiaro, di emozioni.

All'inizio le voci si alzano un pò titubanti, indecise, forse un pò intimidite. Pian piano poi i piedi iniziano a muoversi a tempo. I cuori iniziano a battere seguendo il ritmo delle canzoni. E tutte le aspettative, tutti i grandi discorsi che c'eravamo fatte, scompaiono, per dare spazio a qualcosa di molto molto molto meglio.

I nostri sguardi, le nostre mani e i nostri sorrisi seguono Luciano in ogni sua mossa, cercando di non perderci neanche un istante di quello che stiamo vivendo. Non c'è tempo per scambiarsi sguardi, troppo intente quali siamo a perderci in quel mare di emozioni.

Un attimo di pausa per tirare un respiro, per cercare di mettere a posto tutte quelle sensazioni nuove. Cosa che si rivela impossibile. L'intervallo accresce solo la nostra attesa, ora che guardiamo le luci sperando che ritornino a spegnersi e il sipario sperando che si riapra al più presto.

E via ancora. Con quella canzone "sfigata", con quella più famosa, con quella che si addice di più al nostro stato d'animo. Con quella che riesce ad esprimere ciò che noi invece non riusciamo neanche a capire. Allora le voci si alzano convinte e le gambe si muovono irrequiete, intrappolate in quelle poltrone ormai scomode. A dir la verità si sarebbero alzate volentieri anche le gambe insieme alle voci. Se non che il pavimento del teatro, che comunque è il più indicato per ricreare l'atmosfera intima e raccolta necessaria, rischia di cadere a pezzi. Ogni tentativo di alzarci anche solo per esternare tutto quello che ci sta succedendo dentro viene impedito. Ma non c'è tempo nemmeno per i lamenti. per il momento si accetta quella condizione, quel "sacrificio" che viene ripagato completamente dalla band e da Luciano.

Il tempo scivola via e senza accorgersene è già tempo di saluti, di applausi e di una standing ovation "gentilmente concessa" dalla security, che ci guarda allarmata temendo un improvviso crollo del pavimento.

Le luci si riaccendono. Veloci cerchiamo di raggiungere il più presto possibile l'uscita secondaria, dove si è già raccolto un gruppo di persone. Ci rendiamo conto che sarà difficile avere quello sguardo (e nella migliore delle ipotesi il libro autografato o tanto desiderato, ma, come si dice, la speranza è l'ultima a morire. Il Liga esce, accolto da urla e applausi, si affaccia a salutarci, ma la macchina è troppo vicina all'uscita perchè possa firmare autografi. Lo guardiamo allontanarsi in macchina con un pò di delusione, che viene immediatamente rimpiazzata dalla soddisfazione per il concerto appena visto.

E così ce ne torniamo a casa, con i nostri grandi sorrisi, le mani rosse dagli applausi, le voci affievolite, e gli occhi lucidi, aspettando "la prossima".

Martedì, 17 ottobre 2006